Come si diventa trader? Ognuno di noi ha una sua storia.

Ecco la mia, raccontata nei i primi tre capitoli del libro che scrissi, nel 2015, insieme a Fabrizio Bocca, “Uomini di Trading – Storia di Vita e di Borsa di Due Trader Professionisti”.

Se non sai gestire i tuoi risparmi, prima o poi finisci male!

“Che tu venda pomodori per vivere o che tu sia il primo violino della Scala, se non sai gestire i tuoi risparmi, prima o poi finisci male! Marco, vieni, vieni, che ti insegno io come fare”

Con questa frase, ebbe inizio la mia storia di trader.

A pronunciarla fu Piero, mio nonno, uomo tutto d’un pezzo, pater familias all’antica, il quale, una volta andato in pensione, fece della sua passione per la Borsa una seconda professione. Classe 1927, lavoratore instancabile dall’età di 6 anni e con un fiuto non comune per gli affari, persona acuta, innamorato dell’arte pittorica e della musica classica, mio nonno trascorreva gli anni della sua pensione lavorando, tanto per cambiare.

Messo da parte il suo amato lavoro da capo mastro, come sempre tiene a precisare, passava le giornate nel suo studio, libri di analisi tecnica ovunque, pile di Sole 24 Ore, tende e tappezzeria ingiallite dal fumo di sigaretta, perennemente di fronte ad un foglio Excel, elaborando programmi complicati che lo aiutassero in quella che chiamava la difficile “arte del risparmio”.

Io, all’epoca, avevo appena iniziato l’università e durante la settimana vivevo dai miei nonni, per comodità logistica. Essendo a stretto contatto con una personalità forte e capace come quella di mio nonno, non tardai molto ad essere coinvolto nelle sue elucubrazioni finanziarie. 
“Il diritto è bello e va conosciuto, studiato, ma è molto importante anche saper amministrare i proprio soldi, pochi o molti che siano”, mi ripeteva sempre. E ancora: “Non puoi stare con il naso solo sui libri, occorre anche lavorare, saper stare al mondo, altrimenti si diventa dei bambocci; io a 19 anni ho costruito la mia prima casa, tu nei già quasi 20, ti devi dare una mossa!”

Fu così che al percorso di studio originale affiancai un altro tipo di studio, dedicando a quest’ultimo sempre più tempo. Uno dei miei più grossi limiti, infatti, è sempre stato quello di non riuscire ad appassionarmi a qualcosa di cui non intravedessi la praticità. Intendo dire: da una parte, nella mia stanza, mi toccava impazzire sulle minuzie del diritto privato romano, che mi sarebbero state utili chissà quando e come; dall’altra parte, nella stanza di mio nonno, impazzivo ad analizzare i bilanci di una società, a cercare gli uncini di Ross, a completare una formula complicata di Excel. Ma in questo caso, se facevo bene i miei compiti, il risultato sarebbe stato tangibile, immediato e soprattutto avrebbe generato soldi. E più toccavo con mano i risultati dei miei nuovi studi, più ne volevo ancora. Devo ammettere che mi piaceva un sacco, c’eravamo noi, le nostre conoscenze e il mercato, nessun altro; decidevamo noi cosa fare e perché; con la nostra testa, potevamo essere artefici di un successo o di una sconfitta ed in ogni caso il risultato era lì, nudo e crudo sul conto corrente, a dirci se avevamo fatto bene o male.

Da mio nonno imparai i rudimenti dell’analisi fondamentale, a leggere il bilancio di una società, a cercare quegli indicatori di solidità aziendale che giustificassero un investimento sul titolo specifico. Tuttavia lui non era un fondamentalista puro, un cassettista in senso stretto: una volta selezionata una buona società, un titolo con prospettive di crescita interessanti, occorreva capire quel era il momento giusto per acquistarlo.

Ecco allora l’aiuto prezioso dell’analisi tecnica, con tutti i suoi indicatori, i suoi oscillatori, le figure grafiche e quant’altro: dalla lettura del grafico cercavamo il giusto timing di ingresso, ma questo non bastava ancora.

Era necessario anche capire come comportarsi una volta che la posizione fosse stata in guadagno o peggio in perdita. Iniziai perciò a familiarizzare con concetti quali stop loss e trailing trading nel tentativo di costruire un metodo robusto di investimento, al quale poi affidarsi con serietà e disciplina.

Alla base di tutto quindi, metodo e disciplina, come imparai bene anche dal Professor Gerbino: i suoi corsi furono fondamentali, rappresentarono il punto di partenza per ulteriori approfondimenti  sull’analisi tecnica e sul giusto approccio con cui affrontare i mercati.

Io e mio nonno, anche con l’aiuto di alcuni software da noi creati con l’uso di Excel, riuscimmo così ad elaborare un nostro metodo con cui tenere testa al mercato. L’obbiettivo non era arricchirsi, ma gestire i risparmi in modo quanto meno da battere l’inflazione e alla fine, pagate le commissioni e le imposte, non impoverirci . Tutto quello che eventualmente si ricavava in più, era appunto un “di più”.

Come si sarà capito, la nostra era ed è tutt’ora, un’operatività di medio termine,  un’operatività da “risparmiatore evoluto” che non si accontenta di comprare BTP, né fondi consigliati da solerti promotori finanziari, ma vuole applicare una propria gestione attiva al suo portafoglio.

Gli anni passavano e i risultati erano molto buoni, sicuramente anche grazie alle condizioni favorevoli del mercato di quel periodo. Incominciai così ad intravedere la possibilità di fare del trading una professione a tutti gli effetti, un’attività che servisse non solo per amministrare i nostri risparmi, ma che fornisse anche un vero e proprio stipendio. Diamine, erano anni che ormai mi nutrivo di pane e mercati, mi piaceva, perché mai non avrei dovuto continuare?

C’era un solo problema: se volevo vivere di trading, dovevo essere indipendente, non dovevo gravare su nessuno. Non più contare sui risparmi di mio nonno, quindi, ma utilizzare i miei esigui risparmi, con l’obbiettivo di generare uno stipendio. Ma come fare tutto ciò senza disporre di grossi capitali?

La risposta per me furono il trading intraday e la leva finanziaria.

Inizialmente rimasi spiazzato: grazie alla leva finanziaria e alle generose offerte di molti brokers italiani ed esteri, si poteva investire in borsa senza avere chissà quali capitali; inoltre sfruttando le oscillazioni su time frame ridotti, si potevano fare operazioni veloci e remunerative, senza stare in posizione più giorni, com’ero abituato. Ne rimasi profondamente affascinato, ecco come si faceva a vivere di trading!

Iniziai quindi a studiare i grafici delle azioni italiane su time frame molto ridotti, quali 1 minuto o 5 minuti, cercando di applicare le mie conoscenze sull’analisi tecnica ad un ottica operativa di breve respiro: nell’intraday tutto era accelerato, individuato un segnale occorreva agire in fretta, non tentennare troppo sulla presa di profitto e soprattutto scappare in fretta in caso di voltafaccia del mercato.

Frequentai diversi corsi, tanto per cambiare, lessi molto: ogni incontro con un trader famoso, ogni articolo letto in un forum mi lasciava qualcosa da aggiungere al mio background, ma solo provando e riprovando, il più delle volte sbagliando e incassando stop, iniziai a farmi le ossa.

Continuavo ad essere convito della mia scelta, ci credevo fermamente, così divenne ufficiale: il 1 aprile 2007, giorno in cui iniziò il contratto di locazione dell’appartamento in cui tutt’ora vivo con mia moglie, inaugurai il mio piccolo studio, il mio piccolo mondo fatto di grafici.

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Lo studio dei mercati è un cammino senza un punto di arrivo: l’ingenuità degli esordi si arricchisce, prima di consapevolezza e conoscenza, poi di confusione e complessità. Solo il ritorno alla semplicità degli inizi, impreziosita dall’esperienza vissuta, consente di proseguire il percorso, consapevoli di non poter sapere mai del tutto cosa sia giusto fare, ma con la certezza di aver capito cosa sia sbagliato.

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